Logiche del desiderio in Dante by Remo Bodei

Logiche del desiderio in Dante by Remo Bodei

autore:Remo Bodei [Bodei, Remo]
La lingua: ita
Format: epub
editore: Castelvecchi
pubblicato: 2021-06-14T22:00:00+00:00


“Non ho saputo trascorrere la vita senza nozze, e senza colpa, come una bestia, ed evitare tali affanni”.

(Eneide, IV, 550-551)

Eppure, i pretesti e le strategie per praticare la proibita passione sono molti, come è indicato dal primo personaggio che Dante presenta tra i lussuriosi, la regina Semiramide:

A vizio di lussuria fu sì rotta,

che libito fe’ licito in sua legge

per torre il biasimo in che era condotta.

(Ibid., V, 55-56)

Amore, tradimento e politica

La passione di Didone, come quella di Enea, è immemore delle conseguenze politiche (regnorum immemores, cfr. IV, 194) e della sua fama di pudicizia quasi divina, che si innalza fino alle stelle (cfr. IV, 322). Per inciso, ma il fatto appare interessante, questa pudicizia viene forse indirettamente messa in dubbio nella seconda metà del Quarto secolo, fissando così l’immagine della regina lussuriosa, da uno degli epigrammi di Ausonio (75 Green, vv. 7-8) che ridicolizza le ultime parole di Didone (nequid inexpertum frustra moritura relinquat ossia “per non lasciare nulla di intentato, e non morire invano”: IV, 415) mettendo in scena una mulier impudica cui si attribuisce un comportamento osceno descritto e reinterpretato appunto con le parole della Didone virgiliana, paragonata alla prostituta Crispa che soddisfa sessualmente quattro uomini nello stesso tempo (ecco il testo che per pudicizia non traduco: deglubit, fellat, molitur per utramque cavernam / ne quid inespertum frustra moritura relinquat)8. Del resto, un’incisione di Agostino Carracci, databile alla fine del Cinquecento, mostra nella grotta Didone con la corona ed Enea con l’elmo in una posizione amatoria licenziosa.

Didone non mette in conto l’odio dei pretendenti numidici respinti, come Iarba, che ne denuncia l’ingratitudine («La donna che errante nei nostri confini ha fondato / a prezzo un’esigua città, cui demmo una terra / da arare, e le leggi del luogo, ha respinto le nostre / nozze, e accolto Enea come signore del regno» (Eneide, IV, 211-214). La stessa ingratitudine verrà specularmente attribuita da Didone a Enea: «La lealtà è dovunque malcerta (nusquam tuta fides). Naufrago, bisognoso di tutto, ti accolsi e, folle, ti posi a parte del regno; salvai la flotta perduta e i compagni dalla morte» (Ibid., IV, 373-375) . I rapporti umani basati sulla fiducia – nota qui Virgilio – sono labili e sempre esposti al tradimento, che ha luogo anche tra le persone più care.

L’abbandono di Didone da parte di Enea è da Dante politicamente giustificato, perché Enea è la radice profonda dell’Impero romano. Egli viene, infatti, definito «quel giusto» (Inf., I, 73), portato come esempio tra coloro che, da vivi, sono penetrati nel regno dei morti, nell’Ade o nel Paradiso: «Io non Enea, io non Paulo sono» (Ibid., II, 32), posto nel castello del Limbo tra gli «spiriti magni» (Ibid., IV, 119; 122) e, infine, considerato l’iniziatore dell’Impero romano:

Poscia che Costantin l’aquila volse

contro al corso del ciel, ch’ella seguio

dietro a l’antico che Lavinia tolse

(Par., VI, 1-3)



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